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‘E Zezi in sostegno del popolo afghano

dalle Donne di Napoli per l’Afghanistan nasce l’idea di convocare un Presidio per chiedere

CORRIDOI UMANITARI PER IL POPOLO AFGHANO

I signori delle guerre hanno usato le donne e i bambini come merce di scambio e di restaurazione patriarcale per liquidare l’avventura tragica in Afghanistan.
I talebani mettono in atto violenze contro la popolazione illusa dal sogno democratico occidentale. Le donne saranno le vittime principali: pagheranno con la vita e saranno recluse. Chiediamo un corridoio umanitario internazionale per le donne afgane, i loro figli e tutti coloro che sono in pericolo di vita.
Dopo i gravi danni arrecati al popolo dell’Afghanistan, l’Occidente ha il dovere dell’accoglienza.

PRESIDIO A NAPOLI LUNEDÌ 30 AGOSTO 2021 ORE 17:30 DAVANTI ALLA PREFETTURA (PIAZZA PLEBISCITO)

Artisti che hanno già aderito all’appello per l’Afghanistan:
Zezi Gruppo Operaio, Marcello Colasurdo, Massimo Mollo dalla Spagna, Marco Gesualdi, Marina Rippa, Mauro Gioia, Massimo Ferrante, Gianni Simioli, Livio Cori, Ciccio Merolla, Marianna Mercurio, Francesco Merola, Anna Capasso, Dope One, Mariano Bauduin …

… l’elenco delle adesioni è in aggiornamento

Ecco l’appello rivolto agli artisti:

Arte e cultura ponti di umanità e resistenza tra popoli.
Artiste e artisti in campo per corridoi umanitari per gli afghani

Di fronte a una tragedia dalle immani dimensioni come quella dell’Afghanistan la subitanea reazione umana di dolore, compassione e preoccupazione diventa unanime e condivisa, travalica confini e schieramenti. Nel contingente accadere degli eventi tragici che irrompono nel nostro mite quotidiano con tutta la crudezza delle loro immagini sarebbe difficile restare impassibili. Provocano sgomento misto a rabbia le drammatiche scene di profughi ammassati in un aereo militare e accalcati ai cancelli dell’aeroporto di Kabul, le braccia materne protese oltre il filo spinato per consegnare i propri figli nelle mani dei soldati e cercare di metterli in salvo, la fuga disperata di donne per sottrarsi alle violenze dei talebani, la corsa delle attiviste a bruciare anni di lavoro, documenti, nomi, dati anagrafici per mettersi al riparo dalle ritorsioni dei talebani. Una società civile, donne e artisti in special mondo, che ripiomba nel terrore dell’oppressione più brutale, che vede in pericolo i diritti lentamente e faticosamente conquistati, diritto al lavoro, alla libertà di espressione.

Dietro le migliaia di drammi individuali in Afghanistan ci sono le responsabilità geopolitiche, ci sono 20 anni di intervento militare americano e Nato, e i talebani che riescono a riconquistare tutto il Paese in dieci giorni. Il fallimento è un fallimento di tutti ed necessario e urgente tradurre lo sgomento, l’umana compassione in azioni concrete.

Cos’è l’Afghanistan per il resto del mondo? Terra di conflitti, di terroristi e profughi? Quante volte ci siamo fermati a riflettere su come le guerre occidentali condotte in nome della democrazia, del ‘ ‘state building’ abbiano gettato buio e ombra su una terra ricca di civiltà e cultura, una terra sì storicamente al centro di invasioni e conflitti, ma che ha fatto tesoro dell’incontro dei vari popoli, lo racconta la città di Herat, una sorta di Firenze d’Oriente, i siti divenuti Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco: il paesaggio della Valle di Bamiyan, testimonianza di un importante centro buddista sulla Via della seta e dello scambio culturale tra arte indiana, ellenistica, romana, sasanide, il Minareto e i resti archeologici Jam, eccezionale esempio dell’arte e architettura islamica nella regione, un patrimonio già pesantemente provato da decenni di guerra.

Come artisti non possiamo che fare leva sul ruolo sociale dell’arte, sulla sua straordinaria capacità di interpretare il proprio tempo, di farsi impegno civile nella denuncia dei soprusi e avanguardia di cambiamento.
Raccogliamo dunque lo straziante appello della regista afghana Sahraa Karimi a non tacere e anzi diciamo ‘Saremo la voce fuori dall’Afghanistan, ma non solo’.

Non vogliamo unirci al coro estemporaneo delle buone intenzioni di questi giorni, il peso del fallimento di questi vent’anni non lo permette. Quando la crescente instabilità in Afghanistan condurrà un esodo di civili in fuga dai talebani verso i nostri confini quale Europa li attende. L’ Europa dei respingimenti, dei rimpatri?

Chiediamo l’apertura di corridoi umanitari. Ci impegneremo con una mobilitazione dal basso per denunciare, raccontare e far sì che non si spegnano le luci su questa tragedia, attiveremo anche una rete locale dal basso per essere spina nel fianco dei nostri governi affinché chi in fuga dai talebani trovi nelle nostre terre rifugio. Ci rivolgiamo ai nostri Comuni, ai nostri Stati, all’Unione Europea, affinché mettano in campo tutte le azioni in loro potere e competenza per garantire accoglienza.

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